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LA RIVINCITA DEI SENIOR
Chi assume di solito preferisce i giovani. Ma i più recenti studi sul cervello dimostrano che i neuroni "ingrigiti" funzionano altrettanto bene di quelli giovani. E, in qualche caso, persino meglio...
«Cinquant’anni tra poco, dopo ventotto anni di lavoro nel 2001 mi ritrovo disoccupato a causa del fallimento dell’azienda dove lavoravo. Raccolgo le sollecitazioni a riqualificarmi del precedente Ministro del Lavoro e riesco a ottenere un diploma di maturità (vi assicuro che non è stato facile). Mi metto di nuovo alla ricerca di un’occupazione, ma la mia età rappresenta un ostacolo: la possibilità di trovare un lavoro “vero” è ormai un miraggio. Ora mi districo — pur abitando nel “ricco” Nordest — tra lavori precari o atipici e contratti a tempo determinato...». Con queste parole iniziava una toccante lettera pubblicata dal quotidiano «La Repubblica» il 24 agosto. Che solleva un pesante interrogativo sulle politiche dell’occupazione e sull’atteggiamento di molte aziende nel nostro paese nei confronti degli ultra cinquantenni. Altrove, in Europa, sono già corsi ai ripari. Scoprendo che un lavoratore anziano non è necessariamente meno efficiente o meno produttivo di uno giovane.
Lenti, distratti, poco adattabili: chi ha passato gli «anta» non è molto apprezzato dai datori di lavoro. Sugli over 50, poi, circolano parecchi stereotipi: quando serve rapidità commettono più errori, non amano il lavoro di équipe, non capiscono nulla di nuove tecnologie. Così, il mercato del lavoro dei senior va a rilento. Meglio un venticinquenne appena uscito dalla facoltà di ingegneria, sveglio e malleabile, di un anziano con le idee arretrate, lento di comprendonio e dal rendimento insufficiente. E invece bisognerebbe assumere più «senior». Con l’età pensionabile che si innalza sempre di più, anche il numero di coloro che devono lavorare più a lungo è in aumento, e in alcuni settori questo fenomeno ha già prodotto una situazione paradossale. Gli ingegneri di 45-50 anni, per esempio, hanno difficoltà a trovare un nuovo impiego, ma i datori di lavoro e le associazioni professionali lamentano un basso numero di candidature, perché i giovani con una buona formazione e l’esperienza necessaria sono troppo pochi. Alle persone qualificate di mezza età in questi casi non si pensa affatto.
Ebbene, è arrivato il momento di cambiare idea riguardo al rapporto tra il lavoro e l’età. Prendiamo il luogo comune secondo cui gli over 50 sarebbero meno produttivi dei loro colleghi più giovani. La prima constatazione che emerge dagli studi compiuti in questo settore è che non esiste un ritratto tipo applicabile a tutti i senior. Come nel caso dei loro colleghi più giovani, alcuni sono molto competitivi, altri lo sono meno. Ma non è tutto: se è vero che i giovani riescono meglio in certi compiti (e più avanti vedremo quali), ci sono occupazioni in cui le persone mature offrono prestazioni migliori.
Nessun esperto pensa che l’insieme delle funzioni cognitive diminuisca con il passare degli anni. Anzi, certi meccanismi cerebrali possono essere rafforzati proprio per compensare un eventuale rallentamento delle prestazioni. Negli ultimi anni gli studi di imaging cerebrale hanno rivelato che nelle persone più anziane le reti neuronali si ristrutturano: di fronte a certi compiti, il cervello attiva aree cerebrali diverse da quelle attivate nei giovani.
Sheryl Grady, del Rotman Research Institute di Toronto, ha dimostrato per esempio che a seconda dell’età il riconoscimento dei volti coinvolge regioni diverse della corteccia cerebrale. Roberto Cabeza, della Duke University, ha scoperto che durante un compito di memorizzazione i senior che ottengono i risultati peggiori sono quelli che attivano le stesse regioni cerebrali dei giovani, mentre a realizzare i punteggi migliori sono gli over 50 che hanno schemi di attivazione diversi.
Se gioventù sapesse...
AAA Anziano cercasi. L’azienda di Fahrion, che si occupa di progetti ad allo impatto tecnologico per l’industria automobilistica, aeronautica e navale, e stata una delle prime a riscoprire il potenziale professionale degli over 50, lanciando una campagna di assunzioni espressamente dedicata a questa classe di età.
Lo si ripete spesso: le persone più mature hanno il vantaggio dell’esperienza e del sapere accumulato. Gli psicologi usano a questo proposito il termine «intelligenza cristallizzata», concetto che ingloba le conoscenze, la comprensione generale e il vocabolario. E poi i senior hanno spesso una maggiore competenza sociale rispetto ai giovani; non a caso, i datori di lavoro ricorrono spesso ai loro collaboratori più esperti per i contatti con i clienti o quando si tratta di affrontare questioni delicate. In molti campi dell’intelligenza cristallizzata, le prestazioni restano stabili, o addirittura aumentano con l’andare degli anni. Tuttavia, oggi nel mondo del lavoro l’esperienza è meno apprezzata della flessibilità e della velocità di esecuzione. Per esempio, un camionista che cambia itinerario ogni giorno deve orientarsi in un nuovo ambiente in un tempo molto breve. In questo caso, a prevalere è l’intelligenza «fluida», cioè quella che consente di cambiare compito, di focalizzare la propria attenzione con più facilità e di filtrare le informazioni non pertinenti.
In questo campo le persone più anziane sono effettivamente meno efficienti. In particolare, hanno difficoltà a gestire due compiti contemporaneamente, come ha dimostrato la psicologa Jutta Kray dell’Università di Sarrebruck. La Kray ha presentato a soggetti di età variabile immagini colorate o grigie che rappresentavano un rettangolo o un triangolo. Di ogni oggetto presentato sullo schermo (per esempio, un rettangolo rosso), i partecipanti dovevano indicare la forma oppure il colore, alternando i due compiti secondo una determinata sequenza. Per esempio dovevano indicare il colore due volte di seguito, poi la forma, e così via.
I risultati hanno rivelato che, in media, le prestazioni delle persone più anziane peggioravano sistematicamente quando si trattava di passare dal colore alla forma o viceversa. Il costo cognitivo del cambiamento è dunque più elevato in questi soggetti e neppure l’allenamento cancella del tutto le difficoltà, che permangono anche dopo numerose ripetizioni dell’esperimento.
Ma è una reale mancanza di flessibilità? I risultati di questi esperimenti devono essere interpretati: l’abbassamento delle prestazioni dipende in buona parte dal contesto in cui si svolgono le prove; per ovviare ai deficit basta, nella maggior parte dei casi, modificare il compito in maniera adeguata. In effetti, nel test di alternanza della Kray, gli over 50 diventavano più abili se pronunciavano ad alta voce l’informazione pertinente, per esempio dicendo «colore» quando si tratta di scegliere tra «colorato» e «grigio». Da ciò si deduce che la cosa più importante è pianificare la situazione di lavoro in modo da preservare le capacità.
Lentezza o cautela?
Per capire perché certe capacità cognitive declinano con l’età bisogna studiarne in dettaglio i fondamenti neuropsicologici. Il nostro gruppo, in collaborazione con Juliana Yordanova e Vasil Kolev, dell’Accademia delle scienze bulgara, a Sofia, ha recentemente esaminato la questione del tempo di reazione delle persone più anziane.
Abbiamo presentato le quattro lettere A, E, I e O a soggetti giovani e anziani in ordine casuale. Le lettere apparivano su uno schermo, oppure erano annunciate a voce. I partecipanti dovevano premere un bottone il più velocemente possibile usando un dito diverso per ogni lettera: il medio sinistro per la A, l’indice sinistro per la E, l’indice destro per la I e il medio destro per la O. Era necessario decidere rapidamente, scegliendo il dito giusto in funzione dello stimolo giusto, il tutto nel tempo più breve possibile. Per tutta la durata dell’esperimento abbiamo registrato l’attività cerebrale dei nostri volontari con l’elettroencefalogramma. Le percezioni sensoriali o i processi cognitivi si accompagnano, infatti, a modulazioni del campo elettromagnetico creato dal cervello. Si tratta di onde chiamate «potenziali evento-correlati». A partire dalle diverse componenti di questi potenziali, è possibile dedurre lo svolgimento dei processi neuronali sottostanti. Nel nostro test, le prime componenti dell’onda corrispondono al momento in cui il cervello tratta lo stimolo (la lettera che appare sullo schermo). Le onde più tardive registrano i processi di riflessione e di decisione. In particolare, poco prima della decisione appare una componente di preparazione della scelta.
Come previsto, i tempi di reazione delle persone più in là con gli anni sono stati un po’ più lunghi di quelli dei giovani, di circa 60 millisecondi. Ma, a dispetto della maggiore lentezza, il gruppo dei senior ha commesso meno errori.
Un problema di movimento
Poiché le registrazioni non permettevano di sapere quale fase del processo — vedere la lettera, scegliere il dito, preparare o eseguire la risposta motoria — spiegasse il rallentamento dei cervelli più anziani, abbiamo ideato un altro test in cui i partecipanti dovevano reagire agli stessi stimoli, ma usando sempre lo stesso dito.
Questa volta gli over 50 sono risultati abili quanto i giovani: insomma, è la scelta del dito giusto a rallentare la risposta delle persone anziane. Inoltre, osservando le onde cerebrali abbiamo constatato che l’ampiezza delle componenti precoci, che indicano il riconoscimento dello stimolo, era maggiore nei soggetti anziani che nei giovani. Sembra quindi che i senior compensino il rallentamento della decisione con un’accelerazione nel trattamento dello stimolo. Abbiamo inoltre osservato che le onde dei potenziali studiati appaiono con un ritardo maggiore dopo gli stimoli visivi, rispetto agli stimoli uditivi: il trattamento visivo è quindi rallentato durante l’invecchiamento, ma bisogna sottolineare che si tratta di un rallentamento trascurabile. Non è stato spiegato invece perché, nel calcolo del tempo di reazione, i soggetti più anziani premano il pulsante nettamente più tardi rispetto ai giovani sia per gli stimoli visivi che per gli stimoli uditivi.
Allora ci siamo concentrati su una componente ben precisa delle onde dei potenziali legati all’esperimento: quella che riflette l’avvio del movimento del dito. Quando qualcuno muove un dito, qualche istante prima del movimento si osserva un brusco aumento di attività nell’area motoria del cervello che lo comanda. Questa variazione d’intensità è chiamata «potenziale di preparazione lateralizzato», e la sua ampiezza indica l’intensità con cui il cervello prepara un’azione.
In effetti, abbiamo constatato che questa ampiezza è maggiore nelle persone anziane, e che passa più tempo prima che la reazione motoria si manifesti. Quindi il rallentamento del gesto non è dovuto a un rallentamento nel prendere la decisione. Sembra invece che la soglia motoria sia più elevata, cioè che nei senior l’attività della corteccia motoria debba raggiungere un’intensità superiore prima di poter innescare il movimento. In questo caso, è forse più opportuno parlare di malfunzionamento, oppure di modificazione: che comporta, in certi casi, anche dei vantaggi. Questo aumento della soglia motoria permette infatti di reagire con maggiore cautela, evitando così molti errori. I cervelli anziani sembrano quindi prendersi più tempo per rendere più sicuro l’atto. Qual è allora la conclusione dei nostri studi? Le persone più anziane hanno un buon udito, trattano gli stimoli visivi in modo solo lievemente alterato, il loro cervello prende decisioni altrettanto velocemente dei giovani, ma la loro soglia motoria è più alta.
Resistenti alle distrazioni
Arriviamo quindi alle conclusioni relative all’organizzazione del lavoro. Alcune mansioni, come la selezione nei servizi di controllo della qualità, richiedono un gran numero di decisioni e categorizzazioni che devono essere effettuate rapidamente. Dato che il nostro studio rivela che il cervello anziano non è più lento in questo tipo di situazione, non c’è ragione per non affidare questi compiti a persone di oltre cinquant’anni. Anche se l’aumento della soglia di reazione produce un leggero rallentamento, ci sono altrettanti vantaggi: per esempio errori meno frequenti.
Un altro esperimento ci ha permesso di confermare che le persone mature sbagliano meno dei giovani nei compiti in cui non bisogna lasciarsi distrarre. Abbiamo mostrato a persone anziane dei monitor su cui appariva ogni tanto una piccola freccia che puntava a destra o a sinistra. I volontari dovevano premere un pulsante con la mano destra se la freccia puntava a destra e con la mano sinistra se puntava a sinistra. Il compito era complicato dalla presenza di «frecce parassite» che apparivano sopra e sotto quella che indicava la direzione da seguire. Queste frecce parassite erano gli elementi di distrazione che i soggetti dovevano ignorare. In certi casi puntavano nella stessa direzione della freccia centrale (nel qual caso la distrazione non aveva conseguenze), ma in altri casi puntavano nella direzione opposta, confondendo i partecipanti. Ebbene, in queste condizioni sperimentali i senior commettevano meno errori dei giovani. In effetti negli anziani i potenziali cominciano più tardi rispetto ai giovani, cosa che fa supporre che i giovani reagiscano agli stimoli periferici così rapidamente da non poter evitare l’errore.
A quanto pare, la lentezza permette di evitare gli errori, una capacità preziosa in un gran numero di situazioni della vita quotidiana. Tuttavia la suscettibilità agli errori dipende in buona parte dal compito a cui viene chiamata la persona anziana. I nostri studi rivelano che quest’ultima ha maggiori difficoltà quando il tempo è limitato, in condizioni di stress intenso e soprattutto quando è necessario individuare oggetti particolari.
Dimenticare gli stereotipi
Concludiamo con un ultimo esperimento: abbiamo chiesto ai partecipanti di individuare su uno schermo un anello aperto da un determinato lato (per esempio a destra) in mezzo ad altri anelli con aperture diverse. Appena i soggetti lo vedevano dovevano premere un pulsante il più rapidamente possibile, poiché il tempo di ricerca era limitato a 1,5 secondi. Le persone anziane hanno ottenuto sistematicamente tempi di risposta e tassi di errore più elevati rispetto ai giovani. Inoltre hanno percepito il test come particolarmente faticoso, cosa che si manifestava nel loro elettroencefalogramma. Il cervello dei senior si prepara quindi più intensamente al compito che lo aspetta. Abbiamo interpretato questo effetto come un meccanismo di compensazione che affatica i soggetti, ma che non aumenta le possibilità di successo, almeno in questo caso particolare.
Evidentemente, il compito di ricerca visiva in condizioni di stress pone qualche difficoltà alle persone più in là negli anni. Tuttavia, è possibile, anche in questo caso, trovare delle soluzioni, per esempio mettendo a disposizione dei camionisti anziani un sistema di navigazione acustica.
In conclusione, è importante infrangere gli stereotipi, soprattutto in una società che mira alle pari opportunità. Concretamente, quando un datore di lavoro riceve un candidato deve tener presente che non si può giudicare qualcuno a priori in funzione dell’età, del sesso o dell’appartenenza etnica, anche perché ci sono parametri variabili nell’ambito di qualsiasi gruppo.
Gli studi neuropsicologici rivelano inoltre che non si possono considerare meno competitive le persone che hanno superato i cinquant’anni. Non solo gli over 50 sono più efficienti in alcuni compiti, ma molte delle loro presunte carenze possono essere compensate da una pianificazione appropriata dell’ambiente di lavoro.
È anche a questo che serviranno nel futuro le ricerche sul cervello: a identificare meglio le cause dell’abbassamento delle prestazioni legato all’età e a strutturare i luoghi di lavoro in modo da minimizzare le piccole carenze di questi lavoratori per trarre il maggiore profitto dalle loro capacità.
Fonte: Mente & Cervello, Settembre-Ottobre 2006
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