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CERVELLI IN FORMA

Sport, Musica, Sonno, Alimentazione: tutti i segreti per allenare la mente


1. Corri, sarai più intelligente

Ora gli scienziati ne sono sicuri: l’esercizio fisico migliora le facoltà della mente. Lo dimostrano test di laboratorio e studi condotti su giovani e anziani.

Hai un problema difficile e non sai risolverlo? Non riesci a memorizzare gli ultimi concetti chiave? Allora è giunto il momento di mollare i libri sul tavolo e di indossare tuta e scarpette. Dopo una bella corsetta tutto sarà più semplice. Pare infatti che l’esercizio fisico sia un toccasana anche per il cervello: rinforza le connessioni fra i neuroni e ne aggiunge di nuove. E ora la ricerca scientifica avrebbe dimostrato il suo ruolo nel produrre perfino nuovi neuroni.
L’ultima conferma arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Neuroscience: lavorando sui topi un gruppo di ricercatori della Oregon Health & Science University ha mostrato che l’esercizio fisico aumenta la produzione di una particolare sostanza nell’ippocampo, una piccola area del cervello coinvolta nella nostra capacità di memorizzare e imparare cose nuove. Questa sostanza, nota come Bdnf, protegge i neuroni dell’ippocampo e favorisce la produzione di nuovi. «Quando ci si allena, c’è un rilascio di Bdnf che aiuta a sostenere e rinforzare le sinapsi nel cervello», ha spiegato Justin Rhodes, un autore dello studio.
Inoltre, sempre grazie all’esercizio si formano nuovi vasi capillari che nutrono i nuovi neuroni e le connessioni che altrimenti soccomberebbero sotto il peso degli anni che avanzano. Lo scorso settembre Justin Robertson, dell’Università di Dublino, ha spiegato al convegno dell’Associazione britannica per il progresso della scienza che «oltre i 50 anni, l’esercizio è una sorta di formula miracolosa che ci rende più agili mentalmente e meno smemorati».
I riscontri scientifici non mancano. Uno studio condotto all’Università dell’Illinois su persone fra 58 e 78 anni ha mostrato che abbandonare la vita sedentaria per un po’ di esercizio aerobico, come jogging o una passeggiata di 30-45 minuti 3 volte la settimana, può aumentare la capacità di attenzione e di prendere decisioni. Utilizzando la tecnica della risonanza magnetica funzionale, Arthur E. Kramer e colleghi hanno mostrato che dopo almeno 6 mesi di esercizio fisico regolare si possono individuare piccole differenze funzionali in due aree del cervello, la regione parietale superiore e la medio-frontale. Questi cambiamenti sembrano collegati a un miglioramento nella capacità di prendere decisioni e di attenzione.
Per Kramer e colleghi questo non è il primo risultato importante: già un paio di anni fa avevano mostrato che nel cervello delle persone anziane che svolgono attività fisica ci sono più materia grigia e materia bianca. La prima, formata da sottili strati di tessuti che contengono il corpo di cellule nervose, sostiene le cellule coinvolte nell’apprendimento e nella memoria. La materia bianca invece è costituita da guaine di mielina, il rivestimento delle fibre nervose che trasmettono i segnali in tutto il cervello. «Insomma», spiega Kramer, «l’esercizio fisico può modificare i circuiti cerebrali coinvolti nel pensiero e contribuire quindi a migliorare le nostre capacità mentali», spiega Kramer.
E ai più giovani? Anche a loro la ginnastica dà una marcia in più fra i banchi di scuola? Darla Castelli e i suoi collaboratori dell’Università dell’ lllinois spiegano «Abbiamo trovato una relazione fra i risultati scolastici e quelli sportivi. I ragazzi che riescono bene a scuola sono altrettanto brillanti nell’attività fisica. Non stiamo suggerendo che se corriamo per più giri di campo diventeremo più intelligenti, ma che sembra comunque esserci una correlazione». Nella stessa direzione vanno i risultati ottenuti da Angela Balding dell’Università di Exeter in Inghilterra: i ragazzi (specie i maschietti) di 10-11 anni che fanno attività sportiva almeno 3-4 volte settimana hanno voti migliori. La ricercatrice suggerisce che l’esercizio aerobico potrebbe rinforzare le capacità mentali portando una maggiore quantità di ossigeno verso il cervello, quindi regalando energia sempre nuova al “muscolo” più potente, la nostra mente.


VERO O FALSO?

Domanda. È proprio vero che usiamo solo il 10% del nostro cervello?

Risposta. FALSO. Lo utilizziamo tutto quanto. Per quello che ne sappiamo ora, infetti, non ci sono prove scientifiche che dimostrino il contrario, come sostiene Eric Chudler, dell’Università di Washington a Seattle. Basta pensare alle conseguenze anche devastanti che possono avere traumi o malattie come l’ictus, che mettono ko anche solo una piccola porzione del cervello, molto inferiore al 90%. Inoltre il 10%del peso totale del nostro cervello equivale a circa 140-150 grammi, che corrisponde alla grandezza del cervello di una pecora. E allora la domanda sarebbe: perché mai l’evoluzione avrebbe dotato l’homo sapiens, cioè gli esseri umani moderni, di un cervello così sovradimensionato rispetto alle sue effettive necessità?

Domanda. Per il cervello è valido il vecchio detto: “use it or lose it”, cioè “utilizzalo sennò lo perdi?”

Risposta. VERO. Le nostre menti devono essere mantenute in allenamento, con input continui per funzionare sempre bene: l’apprendimento è la linfa vitale di un cervello sano. “La struttura e le funzioni del cervello si modificano in rapporto all’ambiente e alle nostre esperienze: in positivo se queste sono stimolanti, in negativo se il cervello manca del “nutrimento” di cui ha bisogno”, spiega Alberto Oliveiro dell’Università di Roma La Sapienza. Inoltre molti studi hanno mostrato che se a un’area del cervello non arrivano più segnali, allora i neuroni cominciano a non funzionare più in modo appropriato. La vista è un esempio classico, basta pensare che può essere seriamente compromessa se nei neonati durante lo sviluppo non arrivano agli occhi stimoli visivi.

 


2. Tieniti sveglio a tempo di musica


Imparare a suonare, ma anche ascoltare particolari melodie, migliora alcune capacità intellettive. E accende emozioni che ci aiutano a ricordare meglio.

Date al cervello musica ed emozioni e avrete in cambio memoria e capacita di ragionare migliori. Note, musica ed emozioni sono un po’ come la ciliegina sulla torta di un programma per allenare la mente. Soprattutto se fin da bambini i pentagrammi diventano compagni di giochi e le lezioni di musica una piacevole alternativa. Per averne una prova basta guardare i risultati di uno studio condotto nel 2003 all’Università di Wisconsin a Oshkosh: i ricercatori guidati da Frances Rauscher, studiosa di cognizione della musica, hanno mostrato che bambini di 6 anni già avviati all’educazione musicale ottengono in media un punteggio superiore nel test del quoziente d’intelligenza rispetto ai coetanei che invece non avevano mai preso lezioni. Sempre secondo la ricerca, un paio d’anni di studio della musica sono più efficaci dell’informatica nell’aiutare i bambini a risolvere i test di ragionamento spaziale, in cui si verificano le loro capacità di rappresentare figure in modo astratto oppure di  muoverle o ruotarle mentalmente.
Sono risultati interessanti, anche se gli studiosi non sono ancora in grado di spiegarli: forse le lezioni di musica migliorano la coordinazione e la capacità di movimento “fine” delle dita, che corrono veloci sulle tastiere. Forse insegnano il ritmo o accendono la sfera emotiva. O forse ancora tutte queste cose insieme. Nel tentativo di capirci qualcosa di più, un’équipe canadese del Rotman Research Institute del Baycrest Centre for Geriatric Care a Toronto ha scoperto alcuni particolari interessanti. Secondo i ricercatori, che da tempo studiano gli effetti della musica sul cervello, nei musicisti le aree della corteccia del cervello dedicate all’udito e al controllo delle sensazioni del corpo sono più grandi che nei non musicisti. Inoltre, chi comincia a suonare da piccolo possiede aree corticali più grandi rispetto a chi inizia più tardi.

E chi invece la musica la ascolta dallo stereo di casa? Potrebbe avere dei vantaggi anche lui, specie se sceglie le melodie di Wolfgang Amadeus Mozart. L’indicazione del più noto compositore austriaco non è casuale. Il cosiddetto “effetto Mozart” è infatti noto da almeno una dozzina di anni, cioè da quando un gruppo di ricercatori dell’Università della California a lrvine ha mostrato che ascoltare per una decina di minuti i suoi brani può aiutare a migliorare memoria e capacità di ragionamento, anche se solo per poco tempo, circa 10-15 minuti.
Difficile anche in questo caso dare una spiegazione: gli esperti hanno ipotizzato che la musica e la capacità di ragionamento condividano lo stesso “percorso” mentale, per cui la musica diventa un po’ una palestra per allenare altre capacità. Studi più recenti condotti lo scorso anno da Frances Rauscher sui ratti hanno mostrato che le sinfonie di Mozart sembrano stimolare l’attività di tre geni coinvolti nelle comunicazioni nervose nel cervello.
Meglio però non cadere nell’illusione che sia sufficiente studiare con un sottofondo di musica classica per prendere un bel voto a scuola. I meccanismi alla base dell’effetto Mozart non sono ancora chiari e ci sono stati studi condotti in altri laboratori di ricerca che non hanno fornito gli stessi risultati. Non esiste quindi la certezza che ascoltare una bella musica possa migliorare l’intelligenza e la memoria in modo permanente, e gli esperti internazionali concordano che siano necessari ancora altri studi.
Senza contare che ascoltare musica potrebbe potenziare le nostre capacità semplicemente perché ci fa sentire meglio, ci rilassa e ci emoziona al tempo stesso. Un cocktail di emozioni è nettare per la nostra memoria: tutti quanti ricordiamo molto meglio )menti della nostra vita che ci hanno emozionato. Lo sanno bene anche gli attori, che per memorizzare lunghi copioni spesso usano lo stratagemma di legare scene e situazioni a sensazioni personali realmente vissute.

E poi le emozioni aiutano anche a “ragionare meglio”, come hanno mostrato qualche settimana fa ricercatori italiani, dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano e dell’Università di Parma. Utilizzando la tecnica della risonanza magnetica funzionale su un gruppo di volontari, hanno osservato che quando si compie un ragionamento astratto si attiva solo l’area sinistra del cervello, ma quando lo si accompagna a emozioni allora entra in campo anche l’emisfero destro. E quando in un ragionamento si attiva l’emisfero destro, quello delle emozioni e della socialità, diventa più facile arrivare alla soluzione di un problema.


Che fatica lavarsi i denti!

Ogni azione, anche la più banale, attiva un’area del nostro cervello e una rete complessa di circuiti cerebrali. Ecco, per esempio, cosa succede per un’azione semplice come lavarci i denti al risveglio, come spiega Elkhonon Goldberg, della New York University School of Medicine, nel suo libro Il paradosso della saggezza (Ponte alle Grazie).
-il suono della sveglia stimola il tronco encefalico e mette in moto corteccia uditiva e talamo.
-apriamo gli occhi e la corteccia visiva è già pronta a suggerirci se c’è sole o nebbia.
-entriamo in bagno e riconosciamo asciugamano, dentifricio e spazzolino: significa che si è attivata la corteccia associativa visiva, con cui riconosciamo gli oggetti come familiari.
-vogliamo lavorarci i denti, ma chi ci dice come fare? Il lobo parietale che ha le informazioni sulle procedure.
-allunghiamo la mano per lavarci i denti. Per coordinare i movimenti abbiamo messo in moto molte altre parti del cervello.

 


3. Il sonno, beauty farm della mente

Dormire aiuta a rimettere in sesto i neuroni e a riguadagnare lucidità, memoria e reattività. Ecco come il cervello si ripara durante la notte.

Pulizie di primavera come per la casa, oppure un tagliando come quello dell’auto o un pomeriggio in un centro di bellezza per il corpo. Pensatelo come volete ma fate ogni giorno un bel make-up al vostro cervello.
Come? Semplicemente con una bella dormita. Il sonno è in toccasana per la mente, aiuta a riparare i danni che si accumulano nelle cellule nervose durante la giornata, ma anche a recuperare il vigore per sfruttare meglio le capacità di imparare e memorizzare. Sono moltissimi ormai gli studi che lo confermano, anche se non sono ancora tutti chiari i motivi per cui dormiamo. Basta però pensare agli effetti dell’insonnia per capire quanto il riposo sia importante: i ratti, senza dormire, muoiono dopo 10-20 giorni, molto più velocemente che se rimanessero senza mangiare. Negli esseri umani, la cosiddetta “insonnia familiare fatale”, una malattia neurodegenerativa rara, porta alla morte in pochi mesi. Ma senza arrivare questi estremi, basta stare svegli ore per vedere i propri riflessi diminuire e somigliare a quelli di un ubriaco. E, in generale, privarsi di ore di sonno prima di un lavoro compromette sia la concentrazione sia la performance, come sanno bene gli studenti sotto esame.
Tutte le fasi del sonno sono utili:la “Rem” e la “non-Rem”. La fase “Rem” è quella in cui si sogna, ed è caratterizzata da rapidi movimenti degli occhi (“rapid eye movement”, da cui il nome Rem). I neuroni sono in piena attività come quando siamo svegli, ma non rilasciano le monoamine, un tipo particolare di neurotrasmettitori (le sostanze chimiche utilizzate dai neuroni per trasmettere gli impulsi nervosi). Le monoamine fanno partire gli stimoli che muovono i muscoli del corpo, quindi quando il sonno le “disattiva stiamo sostanzialmente fermi nel letto. E il cervello ne trae grande beneficio: se i neurotrasmettitori non vengono rilasciati anche i recettori, cioè i segnalatori di queste sostanze nelle cellule, possono riprendere fiato. «L’interruzione del rilascio di monoamine durante il sonno Rem potrebbe consentire ai recettori di riposare e riguadagnare piena sensibilità», spiega Jerome M. Siegel del Brain Re search Institute al Medical Center dell’Università di California a Los Angeles. E questo è fondamentale sia per il controllo dell’umore sia per tutte quelle situazioni in cui dobbiamo imparare cose nuove: il nostro cervello fa un reset completo per tornare al pieno delle capacità.
Per completare il lavoro arriva poi la fase “non-Rem”, in cui l’attività del cervello è molto ridotta: è un momento in cui i neuroni non lavorano e possono quindi essere “ripuliti” da tutte le sostanze di scarto, come per esempio i famosi radicali liberi, che producono durante la fase attiva. Il sonno “non-Rem” è quindi il vero momento delle “pulizie generali” del cervello, in cui le cellule nervose hanno la possibilità di rimettersi in sesto. Ecco perché dopo una bella dormita affrontare due ore di storia e tre di matematica, diventa più semplice.
Sembra poi che il sonno aiuti il cervello a riorganizzare le informazioni e i ricordi accumulati nella giornata, come ha mostrato uno studio del l’Università di Lubecca e Colonia pubblicato sulla rivista Nature. E così dopo una bella dormita diventa più facile anche trovare la soluzione ai problemi. Proprio come si dice sia successo a Dmitri Mendeleev, che ebbe la visione della tavola periodica degli elementi chimici in sogno dopo averci lavorato tutto il giorno senza successo.

 


4. Gli esercizi per rinforzare i neuroni

Il cervello continua a crescere e produrre neuroni per tutta la vita. Se allenate a dovere le sue aree possono rinforzarsi proprio come i muscoli.

Nutri i bicipiti di flessioni e avrai braccia da atleta. Nutri i neuroni di cruciverba e sudoku e avrai in cambio una buona memoria verbale e facilità nel fare associazioni.
Il cervello insomma si può “allenare” per avere sempre il meglio dalle sue capacità, proprio come alleniamo il fisico. Ricercatori ed esperti possono suggerire esercizi ad hoc per l’emisfero sinistro, per quello destro, ma anche per migliorare la memoria e mantenere la mente efficiente anche quando gli anni avanzano. Come succede all’istituto nazionale per l’invecchiamento statunitense, che da tempo porta avanti programmi pratici per stimolare le capacità intellettive e la memoria delle persone anziane.
In generale, si può dire che tenere attiva la mente fin da giovani aiuta ad averla sempre pronta e scattante nell’apprendere, memorizzare e utilizzare ai meglio le informazioni nella vita di tutti i giorni. Come fare? «Mantenendo vivi interessi, hobby, con l’apprendimento di cose nuove, ma anche con esercizi per l’attenzione, la memoria, oppure risolvendo problemi di logica e di matematica, infatti il cervello è un organo plastico, che cambia continuamente durante la vita per adattarsi agli stimoli che riceve», spiega Alberto Oliverio dell’Università di Roma La Sapienza. «Alla nascita il nostro patrimonio genetico ereditario definisce un quadro di riferimento su cui si struttura il cervello, ma è l’ambiente a stimolarne la plasticità e a dare forma ai suoi circuiti». Da piccoli abbiamo un numero di neuroni in eccesso che sono legati fra loro da una folla di connessioni, di contatti tra un neurone e l’altro, le cosiddette sinapsi. Poi con gli anni la mappa delle sinapsi si sfoltisce e anche il numero di neuroni diminuisce in risposta agli stimoli esterni, pur restando su cifre elevatissime. Si stima che nel cervello adulto ci siano 10 milioni di miliardi di connessioni, e per capire quanto questo numero sia esorbitante basta pensare che ci vorrebbero più di 30 milioni di anni per contarle tutte al ritmo di una al secondo!
Oggi la ricerca ha fatto grossi passi avanti nella comprensione dei circuiti cerebrali, ed è possibile progettare esercizi che allenino aree specifiche proprio come ci sono quelli per i muscoli pettorali, dorsali o i quadricipiti. Oliverio spiega che «gli esercizi che puntano a sviluppare la capacità di cogliere un messaggio o di considerare la realtà nel suo insieme aiutano a rafforzare l’emisfero destro del cervello», mentre i giochi di logica stimolano quello sinistro.
A questo si aggiungono anche i risultati di ricercatori svedesi del Karolinska Institute di Stoccolma che hanno mostrato come un allenamento particolare possa rafforzare la cosiddetta working memory, cioè il sistema utilizzato dal cervello per lo stoccaggio a breve termine dei ricordi.
In una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience i ricercatori hanno osservato la risposta di alcune persone poste a esercizi per rafforzare questo tipo di memoria. Si trattava di esercizi semplici, come memorizzare la posizione di una serie di punti su una griglia: dopo 5 settimane nell’area del cervello associata alla working-memory l’attivività era aumentata. Lo stesso gruppo in un secondo studio ha poi mostrato che dopo un allenamento con esercizi di questo tipo, alcuni bambini riuscivano anche a ottenere punteggi migliori nei test del quoziente intellettivo.

Ma cosa succede allenando la nostra memoria? Quando veniamo a contatto con qualcosa di nuovo la nostra mente registra l’informazione come “memoria a breve termine”, uno stato in cui i ricordi possono rimanere per poco tempo, alcuni minuti. Se potessimo entrare fra le trame dei neuroni scopriremmo che, quando arriva un’informazione da registrare, si innescano dei processi chimici che rafforzano le sinapsi esistenti fra un gruppo di neuroni.
e questa informazione è importante e deve essere archiviata come una memoria a lungo termine, non basta rafforzare le connessioni esistenti, se ne devono anche formare delle nuove: questo è un processo più lungo che impiega anche giorni e richiede la produzione di alcune particolari proteine. Si potrebbe quindi pensare che, come l’allenamento fisico fa ingrandire i muscoli, così man mano che facciamo esercizi mentali le connessioni fra i nostri neuroni si rimodellino e si infittiscano. E se un’area del cervello viene stimolata con assiduità può anche ingrandirsi e possono formarsi nuovi neuroni. Alcuni anni fa uno studio pubblicato rivista americana Proceedings of the National Academy of Science ha mostrato che nei taxisti londinesi l’ippocampo, un’area del cervello che ha un ruolo chiave nella memoria, era decisamente più sviluppata che in altre persone: probabilmente proprio perché devono ricordare i numerosissimi percorsi per portare i clienti da una parte all’al metropoli britannica.


VERO O FALSO?

Domanda. Durante la vita nel cervello non si producono nuovi neuroni: consumiamo invece la scorta che abbiamo dalla nascita

Risposta. FALSO. In passato si pensava che questa ipotesi fosse giusta. Ma oggi sappiamo che non è così. Con l’esercizio fisico e l’apprendimento si creano nuove connessioni cerebrali e si producono nuovi neuroni. Studi condotti circa 5 anni fa al Salk Institute a La Jolla, in California, hanno mostrato che anche negli adulti si formano neuroni nuovi di zecca. È un po’ come se il cervello durante la vita continuasse a ricablarsi, generando nuove cellule che vanno a creare connessioni nuove con quelle già esistenti.


 

5. La dieta per nutrire la materia grigia

Anche una giusta alimentazione contribuisce alla salute della mente. I cibi più prelibati sono frutta, verdura, olio d’oliva, pesce, uova e carne di manzo

F rutta, verdura, ma anche pesce, uova, yogurt e zuccheri: non dimenticateli nella prossima lista della spesa e farete felici i vostri neuroni, che potranno ripulirsi sotto una
doccia di antiossidanti di frutta e verdura, lubrificarsi con gli Omega-3 del pesce e nutrirsi di zuccheri. E poi, si sa, i neuroni sono “cellule sociali” che amano tenersi in contatto e allora prepariamogli uova e yogurt, che sostengono la produzione di neurotrasmettitori per quegli scambi di segnali fondamentali per memoria e apprendimento.

Diversi studi hanno verificato le virtù degli antiossidanti nel contrastare l’azione dei radicali liberi, che attaccano le cellule, neuroni compresi, e le fanno invecchiare velocemente. Uno di questi, condotto sui ratti da ricercatori della University of South Florida, ha messo in evidenza che frutta e vegetali possono proteggere il cervello contro i danni del tempo. Meglio dunque non farsi mancare mirtilli, fragole, spinaci, pomodori e cavolfiore, che più di altri sono ricchi di queste sostanze protettive.
I grassi costituiscono circa il 60% della massa cerebrale e i neuroni ne sono ghiotti. Ma non di tutti: i preferiti sono gli Omega-3, presenti in molti pesci, fra cui salmoni, tonno, alici e pesce azzurro, ma anche nelle noci e nell’olio di oliva. Come spiega Alberto Oliverio: «i grassi cosiddetti “buoni”, ricchi di Omega-3, hanno un effetto protettivo sul calo di memoria. Gli studi indicano che il cervello degli italiani, che consumano 2-3 cucchiai di olio extravergine d’oliva al giorno, è più protetto rispetto a quello di popolazioni che utilizzano grassi di origine animale».

Fra le ultime voci della lista della neuro-spesa c’è una sostanza nota col nome di colina che da qualche tempo ha svelato le sue virtù ai ricercatori: è infatti un ingrediente fondamentale usato dal corpo per produrre un neurotrasmettitore, l’acetilcolina. Uno studio condotto da ricercatori della Boston University ha mostrato che la mancanza di questo neurotrasmettitore è associato a difficoltà di memoria. Allora meglio tenere in dispensa uova, carne e fegato di manzo, ricchi di colina. E magari anche un vasetto di yogurt, che aiuta memoria e attenzione grazie al suo contenuto di tiroxina, un aminoacido necessario per la produzione di due neurotrasmettitori, la dopamina e la noradrenalina.
Ma oltre al mangiare fa bene al cervello anche cucinare. Uno studio di un gruppo di ricercatori giapponesi della Tohoku University ha mostrato che quando cuciniamo è particolarmente attiva la corteccia prefrontale, che è coinvolta in varie attività fra cui la capacità di calcolo e i processi decisionali. I ricercatori hanno mostrato che cucinare 15 minuti al giorno per almeno 3 mesi porta a un miglioramento delle funzioni di quest’area del cervello.

 

CONOSCI LA MENTE, STUDIERAI MEGLIO

Comprensione, memoria, capacità di risolvere problemi sono qualità che possono essere migliorate. Basta usare “strategie”particolari per riflettere e diventare consapevoli del ruolo da svolgere. Lo afferma lo psicologo americano, John Flavell, professore alla Stanford University, in California, ed esperto di “metacognizione”, cioè dei processi che stanno alla base del funzionamento della mente. La sua convinzione è che molti studenti non conoscono i meccanismi che generano la conoscenza o la memoria e che questo impedisce loro di ottenere risultati migliori nello studio.
Un tipico esempio di metacognizione è “capire di non capire”. Questa consapevolezza è frutto di un attento processo di controllo della comprensione o dell’attenzione. Se uno studente la applica per esempio alla memoria, tenendo in considerazione la possibilità che potrà dimenticare quanto sta studiando, potrà adottare dei correttivi nello studio per ricordare meglio e migliorare le prestazioni.
Altri fattori importanti nei processi di apprendimento sono la “motivazione” e l’idea che facciamo della nostra mente. Se per esempio uno studente crede che l’intelligenza può aumentare, può allora pensare anche a strategie per raggiungere questo obiettivo. Chi invece è convinto che l’intelligenza non si possa modificare, difficilmente sarà qualcosa per migliorarsi.

 


 


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