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CHE FACCIO, MI ARRABBIO?

È meglio tenere a freno i nostri impulsi oppure abbandonarsi ai sentimenti che ci travolgono? Recenti ricerche psicologiche vanno a caccia del metodo migliore per gestire la propria emotività


di Iris Mauss


Gli eventi più banali suscitano in noi le emozioni più disparate: gioia o rabbia, paura o stupore, ansia o tranquillità. L’emotività accompagna ogni momento della nostra vita, è onnipresente come l’aria che respiriamo, anche se spesso cerchiamo di frenare i nostri sentimenti. Per esempio, ci piace ascoltare gli elogi del capo, ma se è presente un altro collega tentiamo di non mostrare troppo il nostro orgoglio. In una lite domestica, può capitare di aver voglia di tirare un piatto in testa all’altro, ma il più delle volte si tiene a freno la collera, per riguardo verso il partner... o il servizio di piatti. Noi esseri umani non siamo solo animali emotivi: siamo animali che controllano le proprie emozioni.

In questo settore, i ricercatori sono interessati soprattutto a due domande. Anzitutto, perché cerchiamo di soffocare i nostri sentimenti? Le emozioni sono utili: la rabbia ci dà il coraggio di affrontare una minaccia, la simpatia ci spinge ad aiutare gli altri. E poi, come mai riusciamo a controllarli? L’animale che è in noi sembra molto più forte di qualsiasi meccanismo mentale di mediazione razionale.

Sono interrogativi centrali per un campo di ricerca nel quale psicologi, sociologi, antropologi e di recente anche i neurobiologi, hanno fatto importanti scoperte. Per quel che riguarda la prima domanda, la risposta più accettata è che moderiamo le emozioni perché abbiamo imparato che le reazioni incontrollate possono farci del male. Non sempre le emozioni ci fanno manifestare solo ciò che c’è di buono in noi: la collera si può trasformare in violenza, l’ansia in depressione. Oggi sappiamo che spesso i disturbi psichici sono il risultato di un eccesso di reazioni emotive che non si riesce più a tenere sotto controllo. Inoltre, nel nostro mondo ipertecnologico i sentimenti incontrollati possono avere devastanti conseguenze. Se un automobilista infuriato sfogasse liberamente la propria rabbia, le conseguenze sarebbero catastrofiche. La capacità di mantenersi lucidi sembra indispensabile per sopravvivere.


La centrale della rabbia
Il modo in cui esercitiamo il controllo emotivo è una questione che tiene in scacco gli scienziati da tempo. In primo luogo, anche quando crediamo di dominare i nostri sentimenti non sempre è così: è possibile che inconsciamente si continui a «ribollire». È quanto sosteneva Sigmund Freud, che introdusse il concetto di rimozione: i sentimenti particolarmente dolorosi o quelli inconciliabili con i nostri ideali vengono confinati senza esitazioni nell’inconscio. Ma poiché l’energia psichica associata alle emozioni rimosse deve comunque essere sfogata, potrà manifestarsi sotto forma di disturbi nervosi o fisici.

Questa tesi è stata ripresa da altri. Già alla fine degli anni trenta Franz Alexander, psicoanalista e pioniere della medicina psicosomatica, scoprì che nei soggetti che reprimono sistematicamente i propri sentimenti la pressione del sangue è costantemente alta. Ma forse è il contrario, cioè sono i soggetti con la pressione alta che reprimono i propri sentimenti? Alexander non aveva modo di misurare le emozioni e il loro controllo. Le sue scoperte, infatti, si basavano solo su rapporti statistici, non su esperimenti, per cui non riuscì a identificare una relazione causa-effetto tra la gestione dei sentimenti e lo stato di salute.

Da allora, gli psicologi hanno migliorato sempre più lo studio delle emozioni in laboratorio. James Gross, della Stanford University, indaga su quali sono le strategie di controllo che funzionano meglio e che ripercussioni hanno sul benessere psicologico e fisico. In un esperimento di qualche anno fa, Gross mostrò a un gruppo di volontari alcuni filmati particolarmente sconvolgenti, come l’amputazione di un braccio o un rituale africano di circoncisione, chiedendo loro di non distogliere lo sguardo. A metà dei volontari fu inoltre richiesto di evitare quanto più possibile che il loro viso rivelasse le loro emozioni mentre osservavano quelle scene: dovevano impegnare ogni energia nel mantenere un’espressione impassibile. Questo tipo di autocontrollo è detto «soppressione». L’altra metà dei volontari fa invece lasciata libera di esprimere i propri sentimenti. Nel corso dell’esperimento Gross filmò i volti di tutti i partecipanti, registrandone vari dati fisiologici, come la frequenza e l’intensità del battito cardiaco o la conducibilità elettrica della pelle. Alla fine della prova tuffi i volontari risposero a un questionario sulle sensazioni che avevano provato durante la proiezione.


Repressi e depressi
I soggetti del primo gruppo riuscirono quasi tutti a restare impassibili, anche se i sentimenti di disgusto, ripugnanza o addirittura paura che avevano provato non erano stati meno intensi di quelli dei soggetti del secondo gruppo. Tuttavia, il loro sistema nervoso autonomo aveva reagito con particolare forza, dando il via a una violenta reazione da stress, il che confermava l’idea che reprimere le emozioni forti faccia male alla salute.

Negli ultimi cinque anni, varie ricerche hanno però dimostrato che gli effetti negativi della soppressione non si limitano a un aumento dello stress. Roy Baumeister e Dianne Tice, dell’Università della Florida, hanno rilevato che i soggetti che reprimono i propri impulsi emotivi sono anche meno abili nella soluzione di compiti mentali. Jane Richards, dell’Università del Texas, ha scoperto che chi reprime le emozioni ricorda con più difficoltà i dettagli di esperienze emotivamente significative. Anche i rapporti interpersonali ne soffrono, come ha riscontrato Emily Butler dell’Università dell’Arizona, con un test da cui è risultato che i soggetti che non lasciavano trasparire alcun impulso emotivo nei confronti del proprio interlocutore venivano valutati come meno simpatici e interessanti.

Oltre agli effetti fisici immediati, il controllo delle emozioni ha conseguenze anche a lungo termine. In uno studio del 2003, Gross e Oliver John, dell’Università di Berkeley, chiesero a un gruppo di studenti quale fosse la loro propensione a controllare i sentimenti nella vita tutti i giorni. Sulla base delle informazioni ottenute, i ragazzi furono divisi in due gruppi, uno formato da coloro che manifestavano abbastanza apertamente i propri sentimenti, l’altro dai «soppressori». Questi ultimi, che preferivano ingoiare irritazione, paura e dolore, erano mediamente pessimisti, più inclini alla depressione e meno sicuri di sé. Stringevano anche meno amicizie rispetto ai ragazzi del primo gruppo, e quelle che avevano erano piuttosto superficiali. Insomma, mantenersi calmi e controllati sembrava presentare notevoli svantaggi.

Uno studio del ricercatore belga Johan Denollet conferma le conclusioni degli scienziati americani. Denollet ha studiato le «abitudini emotive» di alcune persone che avevano avuto un infarto, per esempio domandando loro con che frequenza erano di cattivo umore o provavano sentimenti negativi come paura, collera o rimorso, e se condividevano o no con gli altri i loro sentimenti. Dieci anni dopo, quando Denollet contattò i pazienti per porre le stesse domande, il cinque per cento circa di loro era deceduto. In particolare, era morto il 25 per cento di coloro che avevano riferito di provare sentimenti negativi in misura superiore alla media, e per i quali era stata riscontrata una propensione alla repressione emotiva: una serie di comportamenti che equivaleva a un tasso di mortalità cinque volte più alto. Sfogarsi, dunque, può essere letteralmente una questione di vita o di morte.


Cambiare punto di vista
Insomma, da una parte si dimostra che reprimere le proprie emozioni rende soli e depressi, dall’altra che senza controllo emotivo si rischia di non avere una lunga vita. Per fortuna, una soluzione al dilemma arriva da alcune recenti ricerche, secondo le quali controllare le emozioni non produce necessariamente delle conseguenze nefaste: basta farlo nel modo giusto. Negli studi presentati finora i soggetti degli esperimenti controllavano il proprio comportamento emotivo, non il sentimento in sé. Se imparassimo a osservare le cose da punti di vista diversi, potremmo influenzare positivamente le nostre emozioni.

Oggi i ricercatori stanno cercando di scoprire se e come un controllo emotivo di questo tipo è in grado di funzionare, e se può prevenire i problemi legati alla soppressione. Ma come si fa a insegnare alle persone che hanno guardato i filmati con le amputazioni a sentirsi meno male durante la proiezione? Esortandoli a pensare alle sequenze del film in maniera il più possibile impersonale, per esempio guardandole con gli occhi di un medico. I soggetti che fanno propria questa strategia di razionalizzazione non solo lasciano trasparire più raramente i sentimenti negativi, ma affermano anche di provare meno malessere e disgusto.
Cambiare il modo di vedere le cose cambia anche l’attività del cervello. Kevin Ochsner, della Columbia University, e Silvia Bunge, dell’Università della California a Davis, hanno condotto una serie di esperimenti usando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per visualizzare l’attività delle diverse regioni del cervello. Ochsner e Bunge hanno sottoposto a fMRI soggetti a cui erano mostrate immagini ripugnanti, come operazioni chirurgiche, bambini gravemente malati o rottweiler che digrignano i denti. A una parte dei soggetti era chiesto solo di guardare, all’altra di distaccarsi il più possibile dal contenuto delle foto usando una strategia che serviva soprattutto a rielaborare in maniera cognitiva la «storia dietro la foto». Per esempio immaginare che il bambino nella foto guarirà presto, oppure che il cane è chiuso dentro un recinto.

I risultati hanno mostrato un’attività molto intensa nella corteccia prefrontale di chi aveva adottato la strategia di «allontanamento». La corteccia prefrontale è preposta al controllo esecutivo, cioè ha a che fare con la pianificazione, i processi decisionali e i cambiamenti di azione. Inoltre, più è attiva la corteccia prefrontale più è inattiva l’area del sistema libico; in particolare l’amigdala, che si attiva quando si manifestano emozioni negative. Per dirla con Amleto e Shakespeare: «Niente è buono o cattivo se non è tale nel nostro pensiero».

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I restauratori delle emozioni
Gli psicologi distinguono tre aspetti principali legati alle emozioni: anzitutto i fenomeni corporei concomitanti come tachicardia ventricolare o eccessi di sudore, poi le manifestazioni comunicative come l’espressione del viso e il linguaggio, e infine il livello di attività mentale. Dopo gli anni sessanta, lo studio delle emozioni si è concentrato su come sentiamo e interpretiamo soggettivamente i sentimenti. La valutazione cognitiva di una situazione, infatti, contribuisce in maniera decisiva al modo in cui reagiamo emotivamente nell’ambiente. Lo dimostrarono, per esempio, gli psicologi Stanley Schachter e Jerome Singer in un esperimento diventato famoso: i partecipanti al test, ai quali vennero somministrate di nascosto piccole dosi di adrenalina, ebbero degli sbalzi di umore verso l’alto o verso il basso a seconda che si trovassero in un gruppo di cui faceva parte un ottimista oppure un brontolone.

Oggi l’apprendimento delle strategie cognitive riveste un ruolo importante nel trattamento di disturbi come paura o depressione. Approcci terapeutici come la ristrutturazione cognitiva, messa a punto da Aaron Beck, aiutano con metodologie sistematiche ad abbandonare abitudini mentali negative. Invece di partire sempre dalle cose peggiori, per esempio, si tratta di illuminare mentalmente in modo nuovo i momenti di crisi. Perché questo reappraisal (rivalutazione) abbia successo, può essere utile immedesimarsi nel ruolo di un estraneo («Può andare in un altro modo!»), immaginare altri scenari («Non c’è alcun pericolo!») o, se possibile, concentrare l’attenzione su aspetti marginali positivi. Esercitandosi di continuo, queste tecniche diventano automatiche, e possono aiutare a tenere a freno gli impulsi negativi.

La potenza del pensiero tuttavia ha i suoi limiti. Come ha scoperto il ricercatore statunitense Joseph LeDoux alla fine degli anni novanta in esperimenti sugli animali, esiste una «corsia preferenziale» delle emozioni: attraverso collegamenti neuronali diretti, determinate informazioni sensoriali stimolano i centri cerebrali delle emozioni nel sistema libico. È attraverso questo percorso che si generano risposte fulminee di allarme direttamente sulla corteccia cerebrale, rifugio del pensiero cosciente.
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Una lezione dal Tibet...
Ma queste strategie funzionano anche nella vita di tutti i giorni, in situazioni che turbano molto più della visione sbrigativa di qualche diapositiva? Per scoprirlo, Richard Davidson, dell’Università del Wisconsin, si è rivolto ai monaci tibetani, che trascorrono diverse ore al giorno in meditazione. Un obiettivo fondamentale del buddhismo è l’allontanamento dei sentimenti negativi. I monaci raccontano di provare molta meno paura, dolore o collera delle altre persone, sostituendo questi sentimenti con una sorta di partecipazione compassionevole. Perfino in situazioni in cui una persona qualunque ha paura di morire, i monaci tibetani onorano l’autocontrollo della mente. In passato, alcuni monaci minacciati di tortura dagli invasori cinesi preferirono suicidarsi dandosi fuoco: e lo fecero con un sorriso sulle labbra.

Davidson ha tracciato l’elettroencefalogramma (EEG) di otto monaci, tutti con una lunga pratica di meditazione (tra le 10.000 e le 50.000 ore), mentre erano immersi nei loro esercizi. Poi ha confrontato i tracciati dei loro elettroencefalogrammi con quelli di otto volontari, che avevano alle spalle solo una settimana di meditazione.

I risultati hanno mostrato che i monaci presentano un’elevata quantità delle cosiddette onde gamma, che hanno frequenze dai 25 ai 42 hertz, e che compaiono negli stati di maggiore attenzione. Questi effetti erano particolarmente marcati in due regioni dei lobi frontali coinvolte nel controllo delle emozioni. Secondo Davidson, l’attività delle onde gamma dei monaci è tra le più intense che siano mai state descritte nella letteratura scientifica in casi non patologici. Dal suo punto di vista, questi valori sono la prova della capacità dei monaci di controllare i propri pensieri e sentimenti sviluppata in anni di allenamento.

Dovremmo quindi incamminarci verso il Tibet per emulare i monaci buddhisti? Non è necessario, perché l’esempio di altre culture mostra che la capacità di controllare le emozioni si può imparare in diversi modi.


...e una dall’Artico
Alla fine degli anni sessanta, l’antropologa Jean L. Briggs, trascorse 17 mesi tra gli Utku, una tribù Inuit dell’Artico canadese. La studiosa rimase particolarmente meravigliata dalla scarsità di conflitti che si verificavano tra gli appartenenti alla tribù. Dopo averli intervistati a lungo e averne osservato con attenzione la vita quotidiana, stabilì che gli Utku disapprovavano con forza l’esternazione di emozioni negative come la rabbia e la collera. Se un neonato cominciava a piangere veniva semplicemente ignorato. Un adulto che alzava la voce in un accesso di rabbia era trattato come un idiota, o come un pericolo per la comunità. Lo sperimentò sulla propria pelle la stessa Briggs quando perse il controllo nei confronti della famiglia che la ospitava: dovette cercarsi immediatamente un nuovo alloggio.

L’antropologa rimase così affascinata dai rapporti pacifici che regnavano fra gli Inuit che descrisse le sue ricerche sul campo in un libro che intitolò Never in Anger («Mai con rabbia»), diventato un classico sul controllo efficace delle emozioni. Nel volume, la Briggs consigliava di prendere esempio dagli Inuit per dominare con successo le emozioni negative. In seguito, alcuni scienziati affermarono che le conclusioni di Briggs erano limitate: si era lasciata guidare solo dalle manifestazioni emotive esteriori degli gli Inuit, e non da ciò che raccontavano della propria vita emotiva più intima.

Secondo alcuni, insomma, gli Inuit apparterrebbero in massa alla categoria di chi reprime i propri sentimenti. Ma ricerche più recenti rafforzano l’ipotesi che i valori e le rappresentazioni culturali influenzino anche le esperienze emotive soggettive. Gli psicologi sociali come Hazel Markus della Stanford University, sanno bene quanto le condizioni culturali e sociali influenzino i rapporti servendosi delle emozioni; si tratta dunque di reazioni tutt’altro che biologiche. Markus ha messo a confronto le idee di soggetti statunitensi e giapponesi su questo argomento. Le regole della maggior parte delle società orientali esigono dal singolo un controllo dei sentimenti maggiore di quello che ci si aspetta in Occidente. Secondo Markus, invece, gli occidentali giudicano il tentativo di dominare i propri sentimenti piuttosto negativamente, e in genere lo interpretano come una finzione. Alcuni pensano addirittura che sia tra le possibili cause di malattie come il cancro o i disturbi cardiocircolatori. Per i giapponesi, invece, un temperamento tranquillo è segno di benessere fisico e psichico nonché di felicità. E i giapponesi, in effetti, sono tra i popoli più longevi. Tendenzialmente gli americani preferiscono sfogarsi, mentre i giapponesi si trattengono dal manifestare sia la collera sia la gioia.


Scambio mentale del ruoli
Se le influenze sociali e culturali possono insegnare fin da piccoli a scegliere l’uno o l’altro modo di gestire le proprie emozioni, significa anche che la capacità di controllarle non è fissa e immutabile. In linea teorica, con le adeguate strategie chiunque dovrebbe poter imparare a modulare le proprie emozioni in modo più sano. Mettiamo di
avere a che fare con un cameriere che ci sta facendo aspettare da ore: un metodo di discreto successo per non esplodere consiste nell’immedesimarsi per un momento nel suo ruolo. Questo cambio di prospettiva ci rende subito pazienti. Il ritardo non ci sembra così drammatico; in fin dei conti non abbiamo fretta e prima o poi la nostra cena arriverà. Con una strategia di questo tipo possiamo riorientare gli impulsi non costruttivi. Con la pratica, ci accadrà sempre più spesso di guardare le situazioni con gli occhi degli altri, senza doverci fermare a riflettere per farlo.

Molte domande, però, restano senza risposta: perché alcune persone incontrano più difficoltà di altre nel dominare le proprie emozioni? Quali sono le strategie più efficaci per controllare i sentimenti? Che cosa dobbiamo fare per impararle? Che cosa possiamo apprendere dalle altre culture? Sia pur provvisorio, il messaggio della ricerca scientifica è ottimistico: non siamo gli schiavi dei nostri sentimenti. L’essere umano deve, e può, essere padrone delle proprie emozioni.



Fonte: Mente & Cervello, Gennaio-Febbraio 2006




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