Focus
Linea di Prodotto
Notizie utili per i partecipanti
IDEE PER VIVERE MEGLIO

The Happiness Hypothesis di Jonathan Haidt


Perchè l’ipocrisia è così diffusa? Come mai ci sono atti – per esempio un incesto tra adulti consenzienti – che troviamo riprovevoli anche se in realtà non fanno male a nessuno, e che cosa rende le esperienze negative più profonde e incancellabili dei momenti di gioia? Sono le domande a cui cerca di rispondere Jon Haidt, psicologo sociale all’Università della Virginia, dove i suoi studi spaziano dai fondamenti emozionali della mortalità alle cause della felicità.

Anzi, in quanto allievo e collaboratore di Martin Seligman e Mihaly Csikszentmihalyi, che della psicologia positiva possono essere considerati i padri fondatori, Haidt fa il punto sui progressi di questa scuola di pensiero che non si occupa dei lati oscuri della mente umana ma di ciò che ci dà la forza di andare avanti.

Ma in questo libro l’obiettivo è più ambizioso, perchè l’autore punta – come recita il sottotitolo – a trovare verità moderne nell’antica saggezza.

Costretto dalla rigida programmazione delle università americane a concentrare in poche lezioni i fondamenti della psicologia, Haidt ammette di ricorrere spesso a citazioni in grado di riassumere concetti fondamentali: quando Amleto afferma che “niente è buono o cattivo, se non è tale nel nostro pensiero”, ci ricorda come il nostro atteggiamento sia determinante per la nostra serenità, o addirittura per l’equilibrio mentale. E lo stesso vale per pensatori e filosofi come Buddha o Kant, Benjamin Franklin, Mengzi, Maometto, Epitteto o gli autori della Torà e dei Vangeli, tanto per citare alcuni dei nomi che ricorrono in questo volume.

Per aiutare i suoi lettori a districarsi nella “biblioteca di Babele” costituita dal patrimonio filosofico dell’umanità, Haidt riprende dieci “grandi idee” per analizzarle con gli strumenti della psicologia e della neurobiologia. Partendo da un presupposto: che la nostra mente sia paragonabile alla coppia formata da un elefante ostinato e dal suo guidatore, e che riusciremo a essere più felici quanto più quest’ultimo sarà capace di orientare la direzione dell’elefante.

Scienza e filosofia bastano dunque a spiegare che cosa dia senso alla nostra vita, e che cosa possiamo fare – o non fare – per sentirci realizzati e sereni? Non completamente, anche se l’autore menziona tre strumenti, “uno antichissimo e due decisamente nuovi” – la meditazione, la psicoterapia cognitiva e gli antidepressivi – che possono aiutarci a star meglio.

Haidt prende poi in esame le regole che guidano la nostra vita sociale, dalla reciprocità che ci induce a mostrarci più generosi con chi ci dà l’impressione, giustificata o meno, di fare qualcosa per noi, all’ipocrisia che ci rende – a confermarlo, ahimè, ci sono decine di studi – ottimi giudici quando si tratta dei difetti altrui e pessimi quando parliamo di noi.

Non che ci si possa fare molto, avverte lo psicologo americano, “ma se ammettiamo che le nostre percezioni in materia sono quanto meno distorte possiamo diventare più tolleranti e ridurre i conflitti con i nostri simili”. Anche perchè i più recenti studi sulla felicità confermano che buone relazioni umane – e rapporti d’amore intensi, nota Haidt, non come irrealistiche eterne passioni ma come sodalizi fatti di affetto, supporto e stima – sono la base di una vita serena. Insieme a un’occupazione gratificante e alla capacità di dare un senso alla nostra esistenza. A quella insomma che l’autore, che pure si dichiara un “ebreo ateo”, definisce una dimensione “verticale”, spirituale della vita, si tratti di fede in un dio o in concetti come virtù o nobilità d’animo. Una tensione morale che dobbiamo temere, avverte Haidt, quando sconfina dell’intolleranza o nel fondamentalismo, ma senza la quale la nostra vita sarebbe più povera.

Forse è per questo che, anche se Haidt considera il Buddha come “ben piazzato per il posto di miglior psicologo degli ultimi 3000 anni”, tuttavia non gli assegna il riconoscimento, convinto com’è che il distacco predicato dal buddismo debba convivere con gli ideali tutti occidentali di azione e passione. Perchè in fondo, conclude Haidt, se gli interrogativi sul senso della vita in generale sono destinati a rimanere senza risposta possiamo, e dobbiamo, cercare di dare un senso alla nostra esistenza individuale e al nostro ruolo nella società umana.




AREE TEMATICHE
TerAs